Le pellicce eco fanno meno male? Qualcuno non è d’accordo, a partire da Yves Salomon, e i fatturati lo stanno a sentire

 

Uno degli argomenti più dibattuti nel mondo nella moda – che però oltrepassa di gran lunga i confini meramente fashion, sfociando nell’etica e nella morale – riguarda l’utilizzo delle pellicce da parte dei brand.

Nell’immaginario collettivo, il binomio moda-pelliccia è inestricabilmente legato alla celebre campagna PETA «I’d Rather Go Naked Than Wear Fur» (Meglio nuda che in pelliccia), che negli anni ha visto un susseguirsi di celebrity posare nude per sensibilizzare (o scioccare, a seconda dei punti di vista) pubblico e marchi in merito all’annosa controversia.

 

Pelliccia sì, pelliccia no, pelliccia forse: se addentrarsi nella polemica potrebbe equivalere a un viaggio senza ritorno, di certo c’è che il 2017 non verrà ricordato con nostalgia dai fur-lovers.

Nell’ottobre dello scorso anno, infatti, Gucci (seguito poi da Jimmy Choo, Michael Kors e Versace ) ha annunciato che, a partire dalle collezioni Primavera/Estate 2018, avrebbe vietato l’uso della pelliccia e aderito alla Fur Free Alliance, organizzazione che promette di porre fine allo sfruttamento e all’uccisione di animali per il loro mantocome parte di un programma di sostenibilità più ampio.

Secondo gli analisti della Mainfirst Bank, i Millennials, che la società di consulenza Deloitte descrive come più etici rispetto alle generazioni precedenti, rappresentano attualmente più della metà degli acquirenti del marchio, rispetto al 40% di due anni fa. Il divieto si ripercuote anche sulle strategie di recruiting marketing messe in atto dall’azienda: «Ho bisogno di farlo perché [altrimenti] i migliori talenti non verranno a lavorare per Gucci», ha aggiunto Bizzarri.

I Millennials identificano costantemente la sostenibilità come fattore chiave nei modelli di acquisto. «Le persone sono molto più consapevoli di ciò che stanno comprando, mangiando e indossando rispetto a 10 o 15 anni fa», ha confermato Yvonne Taylor, senior manager dei progetti corporate di PETA Uk. «Oggetti che una volta erano considerati uno status symbol ora stanno rapidamente diventando un “simbolo della vergogna”».

Va sottolineato che oggi, però, i giovani non sono gravati dal peso delle campagne dei gruppi per i diritti degli animali, a differenza dei loro omologhi due decenni fa. La maggioranza viene infatti influenzata da celebrity del calibro di Rihanna, Kim Kardashian West e Beyoncé, che indossano regolarmente pellicce e fanno circolare immagini di loro stesse sui rispettivi account Instagram.

Negli ultimi anni, la pelliccia si è spostata ben oltre il classico visone, declinandosi in soluzioni a prezzi più accessibili e socialmente accettabili, dai parka militari ai pompon,  fino agli interni di mocassini o sabot. Esistono tuttavia delle eccezioni.

Prendiamo ad esempio i Bag Bugs di Fendi, che quando sono stati lanciati per la prima volta hanno attirato parecchie critiche a causa del costo decisamente elevato a fronte di un accessorio davvero minuscolo. Nonostante ciò, il charm peloso da borsetta simil-Muppet ha fatto sì che si creassero liste d’attesa lunghe mesi: il pubblico ha percepito questi piccoli e bizzarri accessori più come carini che come mortali, cogliendone il lato divertente che ne ha poi decretato il successo.

E i numeri parrebbero confermarlo: secondo l’International fur federation (Iff), che oggi rappresenta la associazioni di categoria di 50 Paesi di Europa, Asia e Americhe, il fatturato mondiale retail si aggira intorno ai 30 miliardi di dollari.

L’Iff sta cercando di darsi regole più stringenti di quelle imposte dalle leggi europee e internazionali, lavorando su un sistema di etichettatura e certificazione che sia il più possibile esaustivo per i consumatori. La catena del valore è lunghissima, se si considera che in Europa, Canada, Stati Uniti, Argentina e Brasile esistono oltre 5.500 allevamenti di animali da pelliccia, aziende agricole che si trovano spesso in aree rurali, attività a conduzione famigliare tramandate di generazione in generazione.

Intervistato da Il Sole 24 Ore, il Ceo di Iff Mark Oaten lancia una provocazione in merito al vero significato di sostenibilità: «Si calcola che l’87% dell’abbigliamento e accessori che compriamo finisca in una discarica entro cinque anni. Le pellicce naturali fanno parte del restante 13%: durano nel tempo, spesso passando di madre in figlia. […] Grazie alla ricerca siamo in grado di fornire ai designer nuove soluzioni e le pellicce sono ora utilizzabili per ogni tipo di accessorio e si possono abbinare a materiale più leggeri. L’obiettivo è essere seasonless, oltre che timeless».

L’affondo è rivolto al mercato della pelliccia sintetica, anch’esso trasformato dalle scelte di shopping dei Millennials: negli Stati Uniti è cresciuto del 2% dal 2012 al 2016, e ora vale 114,6 milioni di dollari. «La pelliccia sintetica è ora morbida e lussuosa come la vera pelliccia, e può pure essere più versatile in termini di design»: Hannah Weiland, designer britannica creatrice del brand Shrimps, ha iniziato a produrre fantasiosi cappotti ecologici di fascia alta nel 2013, mietendo consensi da parte di stampa e pubblico. «L’industria della pelliccia ama criticare l’eco-pelliccia, ma i suoi lati positivi superano enormemente qualsiasi giudizio negativo. Senza contare che i prodotti animal-friendly stanno diventando una parte sempre più importante della vita dei giovani».

Ma il sintetico non riesce a mettere tutti d’accordo: da tempo immemore tanto i produttori di vere pellicce, quanto le associazioni ambientaliste, dibattono circa il danno ecologico che l’acrilico causerebbe a livello di smaltimento e inquinamento. La nocività delle microfibre è cosa nota: diversi studi hanno dimostrato che le piccole particelle che le compongono si disperdono nell’acqua del lavaggio dei capi e–se non filtrate–finiscono negli oceani, nei corsi d’acqua e ingerite dai pesci e dagli altri animali acquatici.

Dall’altro lato vanno tenute presenti le emissioni di anidride carbonica legate all’allevamento degli animali, il letame scaricato nei laghi e nei fiumi, la formaldeide e i vari materiali tossici usati per conciare e tingere.

Ogni “fazione” tira acqua al proprio mulino, bombardando il consumatore con dati e informazioni dettagliate e legittime, rendendo difficile – se non impossibile – schierarsi totalmente a favore di una causa dimenticando le istanze degli oppositori.

Tra chi ritiene che le pellicce sintetiche siano uno dei prodotti meno ecologici in commercio rientra Thomas Salomon, direttore generale di Yves Salomon, azienda di famiglia che produce pellicce dal 1920 per Christian Dior, Saint Laurent e Jean Paul Gaultier. Salomon, oltretutto, è in disaccordo con le affermazioni di Bizzarri circa l’inattualità della pelliccia: «quando si afferma che non è moderna, bisognerebbe guardare tutte le ragazze come Rihanna che la indossano oggi, declinata sui capi di abbigliamento più svariati: che si tratti di scarpe da ginnastica o di una borsa, di una felpa con cappuccio o di un parka».

I parka foderati di pelliccia di Yves Salomon (la linea Army, che utilizza pelo di coniglio e coyote) vengono venduti al dettaglio a circa 1.900 euro e sono stati enormemente apprezzati dai clienti più giovani, che hanno contribuito alla crescita a doppia cifra del marchio negli ultimi anni.

L’età media dei clienti si aggira intorno ai 30 anni, ma il brand sta investendo parecchi sforzi nel tentativo attirare un target più giovane e attento alla moda, anche introducendo nuovi prodotti come sneaker con dettagli in pelliccia di volpe e bomber dal collo rivestito in visone.

La grande domanda che in generale il fashion system continua a porsi è fino a che punto i Millennials continueranno a dar man forte al business legato alle pellicce. Malgrado quanto emerso dalla ricerca di Deloitte, questo – più che da una scelta etica – spesso sembra dipendere da uno scroll su Instagram.