Moschino cresce in Cina

Moschino cresce in Cina

A un anno dall’apertura del flagship sul Tmall luxury pavilion, il marchio di Aeffe ha portato il mercato dell’ex Celeste Impero al 14% del fatturato totale con un peso dell’online del 10%

 

Moschino accelera il passo in Cina grazie alla presenza sul Tmall luxury pavilion. Il marchio controllato dal gruppo Aeffe infatti, ha visto arrivare dal mercato cinese il 14% circa del proprio volume d’affari, che nel 2018 è stato pari a oltre 250,8 milioni di euro (+13,6% sul 2017) e che nei primi tre mesi dell’anno corrente ha segnato un’ulteriore crescita del 10,7% per un monte ricavi da 71,4 milioni.

Particolare importanza, come ha spiegato Gabriele Maggio, direttore generale dell’etichetta milanese: «È il risultato dell’online che, se nel suo totale vale circa il 7/8%, in Cina è già all’8/10%. Un bel traguardo», ha proseguito, «considerando che abbiamo aperto solo l’anno scorso. La presenza sul Tmall è stata ovviamente fondamentale, ma non solo in termini di valenza economica, ma anche per la sua importanza analitica e di comunicazione in un mercato che cresce e si evolve continuamente». Aspetto quest’ultimo che Christina Fontana, business development director di Alibaba Italia, ha spiegato illustrando l’ultimo esercizio chiuso dal gruppo cinese. «Il volume d’affari è aumentato del 51% arrivando a 853 miliardi di dollari (circa 760,5 miliardi di euro al cambio di ieri) ma è cresciuto il numero di consumatori di circa 100 milioni di unità».

E allora, tornando a Moschino, che tra l’altro, «può contare su un Jeremy Scott molto conosciuto anche in Cina», ha continuato Gabriele Maggio, «lo scorso 18 giugno abbiamo tenuto un evento nella nostra boutique di Shanghai Kerry centre trasmesso in livestreaming che ha raccolto oltre 190 mila visualizzazioni. Per il futuro», ha aggiunto, «l’obiettivo è crescere e implementare sempre più il nostro lavoro con Tmall, ma senza per questo rompere quell’equilibrio con la vendita nei negozi tradizionali che sono fondamentali». Il tutto all’interno di una struttura che, in termini economici significa, come ha spiegato Fontana: «Un contratto che si rinnova annualmente con un costo base di circa 8 mila euro, che vengono rimborsati tagliando un determinato traguardo commerciale, e che ha percentuali sulle operazioni commerciali comprese tra l’1,5 e il 5% a seconda delle categorie merceologiche (più è alta più sono basse, ndr.), a questo bisogna poi aggiungere 20 mila euro circa di deposito per aprire il conto Alipay con il quale avvengono le transazioni.

«Soprattutto», ha concluso, «si opera in un ambiente che ha lavorato molto contro la contraffazione. Su Tmall ci sono praticamente solo produttori, oltre un centinaio tra i luxury brand compresi quelli di Kering, con il quale eravamo in causo proprio per una questione di prodotti falsi, e questo secondo me è il risultato di un lavoro importante e riuscito».