All’abbassamento dei dazi doganali voluti dal governo, il mondo della moda sta rispondendo con il taglio dei prezzi e con una nuova politica per il retail

 

Taglio dei prezzi e una rinnovata politica di aperture. La terza rivoluzione cinese del fashion, coincisa con l’abbattimento dei dazi avvenuto lo scorso primo luglio, sta iniziando a prendere forma con l’obiettivo di portare in Cina tutto quel volume di acquisti che i cinesi facevano all’estero. E se la decisione è politica, la reazione è imprenditoriale.

Le prima operazione, che poi sarà anche quella più eclatante e, probabilmente, quella destinata a creare un precedente seguito da molti altri, porta la firma di quattro colossi del mondo della moda: Louis Vuitton, Gucci, Burberry ed Hermès. Tutte e quattro le etichette, a cavallo della metà del mese di luglio, hanno annunciato un adeguamento dei prezzi che oscilla tra il -3% e il -5% a seconda delle categorie di prodotto. Riduzioni che sommate a quelle dei valori doganali, passati dal 17,5% all’8% per l’abbigliamento e dal 24% al 10% per calzature e pelletteria, segnano una decisa sferzata verso il corteggiamento dei cinesi in Cina.

D’altronde il volume d’affari mosso dagli abitanti dell’ex Celeste impero è il più importante del mondo, perché sui 276/281 miliardi di euro attesi nel 2018 relativi alla vendita di beni personali di lusso annunciati dalle stime di Altagamma, 88/90 miliardi di euro sono cinesi, ma solo 22/22,5 miliardi di euro sono realizzati sull’asse Pechino-Shanghai.

Il che da un lato, quello del governo guidato da Xi Jinping, significa guardare a un futuro fatto di maggiore entrate (vat), maggiore occupazione (negozi e distribuzione), un rinnovato dinamismo del mercato immobiliare (affitti) e, per ultimo, una serrata contro le importazioni illegali. Dall’altro invece, quello delle case di moda internazionali, vuol dire aumentare la possibilità di intercettare nuovi clienti, cioè tutti quelli che non viaggiano, riallineare le performance delle boutique, non sempre positive, e per ultimo, mettersi al riparo dalla fluttuazione dei tassi di cambio valutario.

L’aspetto più interessante invece, perché dovrà portare a un non ancora ben quantificato riequilibrio internazionale, è quello delle vetrine, che prima, a inizio millennio, hanno attraversato una fase di aperture bulimiche, poi, oggi, di grandi chiusure: 62 tra luglio 2016 e 2017 secondo una ricerca prodotta da Bernestein con Burberry, Saint Laurent e Céline protagoniste.

Il presente invece, proprio in funzione dei nuovi dazi, è chiamato a una nuova serie di inaugurazioni. Chanel a esempio avrebbe in programma 14 nuove boutique partendo dal nuovo flagship nel quartiere direzionale di Guomao a Pechino, oppure, guardando all’Italia, Prada è fresca di sette aperture, tre a insegna Prada e due ciascuna per Miu Miu e Church’s. Moschino invece, l’accelerata ha scelto di darla su internet con l’aiuto di Alibaba.

Poi ci sono le new entry, perché soprattutto ora, il mercato cinese non può più essere ignorato.

Così ecco che dagli Stati uniti, nonostante i battibecchi politici tra le due nazioni, che paradossalmente interessano proprio i dazi, è sbarcata Brooks Brothers con un punto vendita a Shanghai, mentre al sicuro da ogni polemica, vista la sede a Toronto, Canada Goose ha scelto Pechino e Hong Kong.

Dunque il futuro del fashion-retail sembra aver preso una direzione ben precisa e gli impatti, in termini economici, non dovrebbero essere violenti. Anche perché nei flagship europei spesso ci sono assortimenti esclusivi e il turismo da shopping, che per il World tourist organization di Onu vale il 35% del totale, continuerà a regalare soddisfazioni, almeno fino a quando la shop experience sarà una componente fondamentale.